Analisi dell'opera: Battaglia di San Romano

La battaglia di San Romano
1456 - Tempera su tavola
Dimensioni: cm. 182 x 323

Galleria degli Uffizi, Firenze

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Quest’opera vuole celebrare una grandiosa battaglia combattuta nel 1432 fra due città della Toscana: Firenze e Siena.
Il pittore fiorentino mostra con orgoglio la vittoria di Firenze attraverso soldati, elmi caduti, cavalli imbizzarriti, lance sovrapposte.

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L’ha dipinta un grande pittore del Quattrocento: Paolo Uccello, che, attraverso i suoi quadri, raccontava delle vere e proprie storie, divise in varie scene. Era affascinato dalle linee curve (i cavalli) e dritte (le lance). Così rendeva più movimentate le vicende che rappresentava.

L'opera fa parte di un trittico del 1456, le Battaglie, oggi divise tra Firenze, Londra e Parigi.
Si tratta, per l'esattezza, di tre dipinti distinti, che celebravano la battaglia combattuta a San Romano, vicino a Montopoli in Val d'Arno, l'1 giugno 1432 tra i Fiorentini - che saranno alla fine vittoriosi, sotto la guida di Niccolò da Tolentino - e i Senesi, guidati da Bernardino della Ciarda.

La scena fu rappresentata così per volere del signore di Firenze, Cosimo il vecchio, per esaltare la propria famiglia, i Medici, il cui ruolo stava diventando sempre più importante a Firenze.
In questo trittico, come in altre opere dello stesso artista, si presentano mescolati elementi rinascimentali a delle tecniche medioevali, come il trattamento scultoreo dei volumi e gli scorci delle figure con i diversi schemi prospettici; ad essi si aggiungono altri elementi di tradizione gotica, come i colori brillanti e la raffinatezza decorativa nei particolari delle figure e nei paesaggi.
La prospettiva è data dalle lance colorate dei combattenti.
Intervento decisivo a fianco dei fiorentini del condottiero Micheletto Attendolo da Cotignola.
Il grande uso della prospettiva e i tanti segni presenti in quest'opera che danno l'idea della profondità, si trovano, però, in un'atmosfera quasi irreale.
I suoi cavalieri e destrieri, impegnati in battaglia o nella caccia, sono infatti realistici nelle posizioni studiate in prospettiva, ma al tempo stesso fantastici per i loro colori poco naturalistici.
Le figure degli uomini e degli animali sono geometriche e precise, ma irreali come i colori usati: i cavalli sono rosa, bianchi ed azzurri, con pose talvolta apparentemente assurde ed improbabili.

Paolo Uccello fu affascinato dallo studio della prospettiva, di cui sperimentò nelle sue opere le varie possibilità e si applicò anche allo studio analitico delle leggi scientifiche che permettono la rappresentazione degli oggetti nello spazio tridimensionale.
Agli Uffizi si conservano tre disegni con studi prospettici che gli sono generalmente attribuiti. In questo studio l'artista fu probabilmente affiancato dal matematico Paolo Toscanelli.
Niccolò da Tolentino alla testa della cavalleria fiorentina.
La prospettiva di Paolo Uccello è stata definita da alcuni critici come simbolica, perché frutto di un'astrazione geometrica; egli ritenne infatti che la vera realtà rappresentata nel dipinto non sia la storia narrata, ma risieda nell'applicazione di un sistema matematico di regole fisse.
Paolo Uccello, perciò, produce spazi teorici ed irreali: teorici, poiché coerenti con la logica prospettica, ed irreali, poiché inverosimili.
Il mondo di Paolo Uccello diventa quindi una realtà fiabesca, dove la verità non sta nella realtà, ma nell'uso della teoria prospettica.
La realtà per questo artista esiste quindi solo nelle sue opere, poiché, come nei racconti di fantasia, non si ritrova un riscontro con la verità effettiva della realtà stessa.

Un'altra caratteristica fu l'uso di cieli e sfondi scuri, su cui risaltavano luminose le figure in primo piano. I colori non sempre realistici accentuavano l'atmosfera irreale e mitica delle scene raffigurate.