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Andy Warhol
 
Profilo a cura di Viviana Ranzato e Monica Perin

Andy Warhol
Andy Warhol
(1527-1593)

Questo artista ha una storia molto complicata e difficile.

Andy Warhol (Andrew Warhola: questo il suo vero nome) nasce nel 1928 a Pittsburgh, in Pennsylvania, da genitori cecoslovacchi immigrati. La sua infanzia è molto difficile; sperimenta la povertà e la solitudine. Dopo l’Istituto d’Arte, si trasferisce a New York, raggiunto solo dopo qualche anno dalla madre rimasta vedova, che diventerà una sua preziosa collaboratrice.

Warhol di giorno va a caccia di lavori presso le riviste di moda che iniziano a diffondersi largamente e di notte a sviluppare le sue idee. Sono gli anni Cinquanta del Novecento, gli anni in cui si costruisce il mito americano del benessere per tutti, del consumismo e della celebrità, favoriti dal cinema e dalla diffusione della televisione.
Warhol diventa un disegnatore richiesto e ben pagato. In questi anni, inoltre, disegna scenografie teatrali e illustra libri di importanti scrittori e poeti.
Nel 1957 viene fondata dall’artista la Andy Warhol Enterprises, un’azienda per la commercializzazione delle sue opere, già basate sulla ripetizione delle immagini, già ampiamente diffuse dai mass-media, che riproducevano oggetti di consumo industriale. I primi anni Sessanta sono fondamentali per la sua produzione artistica, che aveva come centro la società massificante, di cui egli stesso si proponeva come integrato e consumatore, fino a diventare un’autentica star.

Nel 1962 un incidente aereo, in cui morirono centoventinove persone, ispira il soggetto della prima serie di opere di Warhol intitolata Death and Disaster.
Inizia, contemporaneamente, anche la serie delle scatolette di zuppa Campbell, delle bottigliette di Coca-Cola, e quella dei ritratti di Marilyn Monroe, di Elvis Presley e di altri personaggi dello spettacolo e della politica.

Last Supper, 1984-86 La tecnica usata da Warhol è quella del riporto fotografico, con violenti colori, che dissacrava il concetto di unicità dell’opera d’arte, creando un procedimento artistico meccanico. Egli, inoltre, sarà autore di film e cortometraggi sulla stessa tematica, che realizza insieme ai collaboratori del suo studio, la famosa Factory, dove si svolgevano le attività artistiche e mondane del gruppo della Pop Art.
È proprio in quella sede, a Manhattan, che il 3 giugno del 1968 Valerie Solanis, un’attivista del femminismo, spara ad Andy Warhol, ferendolo gravemente.

Warhol fu molto discusso e criticato per la sua eccentricità e per l’immagine trionfale del consumismo americano che diffondeva, proprio negli anni in cui si cercava di lottare contro di esso.
La sua produzione ebbe, nonostante ciò, un grande successo di mercato che portò l’artista a esporre in tutto il mondo: alla Documenta 4 di Kassel, a Montreal, Osaka, Pasadena, Chicago, Londra, Parigi e New York. I suoi happening multimediali, le sue produzioni di video e progetti televisivi, i suoi ritratti di divi di Hollywood e le sue pubblicazioni continuarono per tutti gli anni Settanta e Ottanta, fino a quando, dopo aver realizzato Last Supper, ispirato all’Ultima cena di Leonardo, che fu esposto a Milano, Warhol morì nel 1987 in un ospedale di New York, in seguito a un’operazione chirurgica alla cistifellea.
Marilyn Monroe, 1967
Verrà sepolto a Pittsburgh, dove nel 1990 nasce l’Andy Warhol Museum.

Alcune opere significative dell'artista:

  • Green Coca-Cola Bottles, 1962
  • Marilyn Monroe, 1967
  • Fiori, 1970
  • Vesuvius, 1985

L’origine della sua arte La provenienza dal mondo della pubblicità è fondamentale per la sua arte. I soggetti a cui Warhol si interessa sono i prodotti del consumismo industriale, pubblicizzati e diffusi dai mass media anche ai livelli più popolari. Egli stesso definisce i suoi “prodotti” Pop, cioè popular. Le immagini a lui care sono i barattoli di minestre Campbell’s, le scatole di Kellog’s, le bottiglie di Coca-Cola, le foto dei divi di Hollywood, le immagini di cronaca (incidenti d’auto e suicidi) e quelle dei “miti americani” come Topolino, Superman, il dollaro.

“Se volete sapere tutto su Andy Warhol basta guardare alla superficie dei miei dipinti e di me stesso: io sono lì. Non c’è niente dietro. Ciò che è grande, rispetto a questo paese, è che l’America ha incominciato la tradizione in cui il consumatore più ricco compera essenzialmente le stesse cose del più povero. Puoi vedere la Coca-Cola in TV e puoi sapere che il Presidente beve Coca, Liz Taylor beve Coca, e tu pensi proprio che anche tu puoi bere Coca… Tutte le Coche sono uguali e tutte le Coche sono buone. Liz Taylor lo sa, il Presidente lo sa, e tu lo sai”.

Warhol non vuole creare oggetti unici, come le opere d’arte tradizionali. Secondo lui (che ad un certo punto allestisce non un laboratorio, ma la “Factory”, cioè una fabbrica) le immagini sono prodotti in cui non si deve riconoscere la mano dell’artista. Con un procedimento misto di fotografia, serigrafia e pittura, dalla Factory escono opere create a più mani, la cui caratteristica più evidente è la ripetitività: lo stesso oggetto era ripetuto con infinite varianti di colore. Un esempio sono le famose Marilyn Monroe e i Fiori, che fanno parte quasi di una catena ripetitiva, che apparentemente appiattisce tutto , ma che, in realtà, lascia immagini di grande forza espressiva.

Vesuvius, 1985
La Pop art
Dall’incontro tra arte e cultura dei mass-media nasce la Pop art.
La sua nascita avviene negli Stati Uniti intorno alla metà degli anni ’50 con le prime ricerche di Robert Raushenberg e Jasper Johns. Ma la sua esplosione avviene soprattutto nel decennio degli anni ’60, conoscendo una prima diffusione e consacrazione con la Biennale di Venezia del 1964. I maggiori rappresentanti di questa tendenza sono tutti artisti americani: Andy Warhol, Claes Oldenburg, Tom Wesselmann, James Rosenquist, Roy Lichtenstein ed altri. Ed in ciò si definisce anche una componente fondamentale di questo stile: essa appare decisamente il frutto della società e della cultura americana. Cultura dominata dall’immagine, ma immagine che proveniva dal cinema, dalla televisione, dalla pubblicità, dai giornali, dal paesaggio urbano largamente dominato dai grandi cartelloni pubblicitari.
La Pop art ricicla tutto ciò in una pittura che rifà in maniera fredda ed impersonale le immagini proposte dai mass-media. Si va dalle bandiere americane di Jasper Johns alle bottiglie di Coca Cola di Warhol, dai fumetti di Lichtenstein alle locandine cinematografiche di Rosenquist.
La Pop art documenta quindi in maniera precisa la cultura popolare americana (da qui quindi il suo nome, dove pop sta per diminutivo di popolare), trasformando in icone le immagini più note o simboliche tra quelle proposte dai mass-media. In essa è assente qualsiasi intento dissacratorio, ironico o di denuncia.
Il più grosso pregio della Pop art è forse quello di documentare i cambiamenti di valori introdotti nella società dal consumismo. Ovvero la preferenza per valori legati al consumo di beni materiali e alla proiezione degli ideali comuni sui valori dell’immagine, intesa in questo caso soprattutto come apparenza. E rispetto a questo rappresentano i nuovi idoli o miti in cui le masse popolari tendono ad identificarsi. Miti ovviamente creati dalla pubblicità e dai mass-media che proiettano sulle masse sempre più bisogni indotti, e non primari, per trasformarli in consumatori sempre più avidi di beni materiali.



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