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René Magritte
 
Analisi a cura di Viviana Ranzato e Monica Perin

René Magritte - Le chateau des Pyrénées, 1961 Le chateau des Pyrénées (Il castello dei Pirenei)

Realizzato nel 1961 in olio su tela (200,3 x 145 cm), questo quadro è esposto presso l'Israel Museum di Gerusalemme .

Il soggetto
Il dipinto, ispirato ad un racconto di Edgar Allan Poe, appartiene ai soggetti, frequenti in Magritte, delle "pietrificazioni".
Magritte si basa, come in molto dei suoi dipinti, su un paradosso visivo. Si riconoscono diversi elementi reali: un castello si un'inospitale sommità rocciosa, questa sospesa sul mare, un cielo chiaro abitato da bianche nuvole. Il mare, in basso, è agitato, come lo voleva il pittore: "Un mare tempestoso - egli scriveva - cupo come il Mare del Nord della mia gioventù".

Il linguaggio visuale
La compresenza degli elementi nel dipinto appare impossibile: la roccia diventa un enorme masso sospeso sull'acqua, paradossalmente privo di gravità, il castello è pietrificato e, magicamente, è composto della stessa materia della roccia. Questa domina l'intera composizione e la sua forza è amplificata dal chiarore del cielo che le fa da sfondo. Sembrano scontrarsi visivamente due elementi dalla forza titanica: la roccia e il mare.

I caratteri espressivi
Tutto appare bloccato in una condizione di immobile irrealtà. Realtà e assurdo sono resi compatibili nello spazio virtuale del dipinto, grazie all'estremo realismo delle immagini, alla loro precisione quasi fotografica. Magritte ha sacrificato qualsiasi riferimento alla vita; egli però apre l'opera ad un'interpretazione positiva, giacché "Dal cupo oceano sorge la roccia-speranza".

Un'interpretazione sulla postmodernità…
Il castello appare ben collocato, fondato sulla roccia, una grande e ben sostenuta roccia (almeno rispetto alle dimensioni del castello), ma questa roccia è in realtà sospesa nell'aria, si libra nel cielo azzurro, in una dimensione eterea e indefinita. Sotto si vede infine il gran mare su cui tutto poggia: roccia, cielo, castello degli uomini. Il mare con la sua grande onda in movimento, cangiante, fluida, in divenire non risolto, movimento e cambiamento sono, sembra, colti nell'attimo.
Si provi ad utilizzare questa immagine come metafora della filosofia postmoderna: il pensiero (castello) fondato (roccia) nell'infondatezza (cielo) allude a un senso dell'essere che è domanda aperta, mai esaurita da alcuna risposta (mare), vale a dire: la filosofia è creatrice di valori divenuti finalmente solo "prospettive", orizzonti di senso in cui muoversi, costruzioni umane e solo umane; la filosofia non rinuncia ad avere un orizzonte, ma rinuncia a gestirlo come proprio, come unico ben determinato e fissato parametro su cui misurare il mondo.
Il castello ben si regge sulla roccia: il postmoderno non teorizza l'assoluto relativismo, non la rassegnazione inattiva, non lo scetticismo e la rinuncia (il nietzscheano nichilismo passivo), ma sente con forza l'assunzione di un compito prima di tutto etico: l'altro versante della contingenza è la solidarietà, il senso dell'abitare il mondo insieme, il nostro costitutivo con-essere.
Vale a dire: il castello non è una casa, ma è una città, è comunità non solitudine.
Ma la roccia è sospesa nell'aria: nel nostro mondo sono venute meno le terre sicure su cui poggiare stabilmente e immutabilmente, il cielo è la nuova condizione esistenziale, individuale e sociale, incertezza e trasparenza, sospensione e vuoto. Con tutto questo si deve imparare a convivere, a dialogare, munendosi di un pensiero diverso, meno preoccupato e ossessionato dall'esigenza della verità e più proteso ad elaborare una ragione argomentativa, dialogante ed etica, opinabile e solo probabile, filosofica in senso "debole", senza più, come ben dice Rorty, "F" maiuscole.
Non disperarsi quindi davanti all'incertezza, ma imparare a navigarvi, attrezzandosi finalmente di un'altra ragione/pensiero.
E se ancora un senso dell'essere si dà è quello suggerito dal mare sottostante: fluido, in movimento, cangiante e caratterizzato dall'acqua. L'acqua è l'elemento che, pur rimanendo sempre se stessa, si curva, si piega, assume qualunque forma, si adatta a tutto e così supera qualsiasi ostacolo, scava la roccia, può rovesciare montagne e colline: è la forza della flessibilità, dell'adattabilità, della penetrabilità, rappresenta la capacità di aprirsi al mondo senza perdersi, d'incontrarsi e di comprendersi, di vivere ciascuno l'altro senza fondersi, d'incontrarsi senza annullarsi.
Il castello dei Pirenei pare allora, in questo ri-uso interpretativo, una convincente suggestione e forse anche anticipazione del soggetto postmoderno.

La visione
Un tema chiave che si trova in quasi tutte le opere di Magritte è quello della "visione". Secondo il pittore l'immagine è una cosa a sé, esiste indipendentemente dall'esistenza della cosa stessa che rappresenta. L'arte aveva preso visione del mondo e tradotto una verità nascosta, questo era il compito dell'artista, vedere al di là dell'apparenza. Un chiaro esempio di questo concetto ci è dato dall'opera "Le modelle rouge" (Il modello rosso) dove rappresenta due stivaletti che nella parte terminale prendono l'immagine di piede umano, qui l'occhio dell'artista non si è limitato esclusivamente a scrutare la semplice forma dello stivaletto, ma è andato oltre, ha guardato il cuore dell'oggetto e la sua interiorità svelando una verità che la mente e non l'occhio può percepire. Non-senso, irrazionalità, mistero e soprattutto spaesamento dell'uomo in un mondo immagini, simboli e convenzioni è il messaggio che il surrealismo vuole trasmettere

Copertina del libro «Qu'est-ce que le surréalisme?» di André Breton - 1934, Bruxelles Magritte e il Surrealismo
Magritte è l'artista surrealista che, più di ogni altro, gioca con gli spostamenti del senso, utilizzando sia gli accostamenti inconsueti, sia le deformazioni irreali. Ciò che invece è del tutto estraneo al suo metodo è l'automatismo psichico, in quanto egli, con la sua pittura, non per vuole far emergere l'inconscio dell'uomo ma vuole svelare i lati misteriosi dell'universo. Ed è proprio su questo punto che la sua poetica conserva lati molto affini con quelli della Metafisica.
I suoi quadri sono realizzati in uno stile da illustratore, di evidenza quasi infantile. Volutamente le sue immagini conservano un aspetto "pittorico", senza alcuna ricerca di illusionismo fotografico. Già in ciò si avverte una delle costanti poetiche di Magritte: l'insanabile distanza che separa la realtà dalla rappresentazione. E spesso il suo surrealismo nasce proprio dalla confusione che egli opera tra i due termini.
È il caso del quadro "Ceci n'est pas une pipe", dove una riproduzione perfetta di una pipa è accompagnata dalla scritta "questa non è una pipa". L'iniziale mistero di una simile incongruenza va ovviamente sciolto nella constatazione che un quadro, anche se rappresenta una pipa, è qualcosa di molto diverso da una pipa reale.
In altri quadri Magritte gioca con il rapporto tra immagine naturalistica e realtà, proponendo immagini dove il quadro nel quadro ha lo stesso identico aspetto della realtà che rappresenta, al punto da confondersi con esso.
Di notevole suggestione poetica sono anche i suoi accostamenti o le sue metamorfosi. Combina, nel medesimo quadro, cieli diurni e paesaggi notturni. Accosta, sospesi nel cielo, una nuvola ed un enorme masso di pietra. Trasforma gli animali in foglie o in pietra.
Il suo surrealismo è dunque uno sguardo molto lucido e sveglio sulla realtà che lo circonda, dove non trovano spazio né il sogno né le pulsioni inconsce. L'unico desiderio che la sua pittura manifesta è quello di "Sentire il silenzio del mondo", come egli stesso scrisse. In ciò quindi il surrealismo di Magritte si colloca agli antipodi di quello di Dalí, mancandovi qualsiasi esasperazione onirica o egocentrica.

Fuggiremo il riposo
Fuggiremo il sonno
Supereremo in velocità l'alba e la primavera
e prepareremo giorni e stagioni
a misura dei nostri sogni

(Paul Eluard)


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