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Pali blu
Il quadro è del 1953. La tecnica usata è olio, smalto sintetico, colori ad alluminio su tela (200 x 500 cm). L'opera è parte della collezione Ben Heller. L'opera Questo quadro, come quasi tutte le opere di Pollock, ha dimensioni notevoli (circa metri 2x5), non tanto per esigenze di monumentalità, quanto per evidenziare lo spazio fisico reale in cui si muove l'artista con tutta la sua gestualità. Su questa tela Pollock utilizza colori ad olio, smalti sintetici e vernici all'alluminio, spruzzandoli con batuffoli di cotone, pennelli da imbianchino, pezzi di legno. Su un fondo grigio-nero di metallica colorazione si dispongono vari intrecci di tonalità rosse e gialle. Su tutto emergono otto segmenti neri che danno il titolo al quadro. È importante notare che il blu citato dal titolo in realtà è del tutto assente dal campo cromatico del quadro. Esso è quindi elemento suggerito ed evocato più che realmente rappresentato, e la cui assenza introduce un primo elemento di tensione drammatica. Tuttavia il titolo "Pali blu" suggerisce un'interpretazione figurativa degli otto segmenti neri, quasi ipotizzando una forzatura dalla concezione dell'opera che, in tal modo, non appare più del tutto informale. Ciò potrebbe suggerire un estremo sforzo di ritornare dal caos informe verso un minimo di ordine e di razionalità. Ma è uno sforzo drammatico che mostra tutta la sua difficoltà (o impossibilità) a compiersi. I pali infatti appaiono contorti e disallineati, quasi presi e riassoribiti dal caos informe dal quale cercano di distaccarsi. Il contenuto del quadro si addensa dunque in queste sue conflittualità: il blu, simbolo di spazio e serenità, che non riesce ad apparire, i pali che non riescono a prendere una forma sicura e stabile. Ma lo sforzo dei pali di prendere forma e colore sembra quasi un'allegoria degli sforzi umani di riemergere dal caos in cui la vita si muove. E l'opera sembra così suggerire che la razionalità non è del tutto assente: da qualche parte sopravvive, ma è praticamente schiacciata dall'irrazionalità, che "forse" vincerà. Ed è proprio il senso di questo ultimo "forse", che non viene sciolto in una soluzione finale ottimistica, a costituire il conflitto interno dell'opera. Pollock e l'action painting Pollock è il principale esponente dell'action painting. L'action painting ("pittura d'azione") si basa sull'improvvisazione e sulla velocità di esecuzione da parte dell'artista. Importanza primaria assume l'atto fisico del dipingere: è un'arte impetuosa e quasi brutale, con colori violenti e spesso stridenti, disposti su tele di grandissime dimensioni. Pollock ritiene che gli strumenti tradizionali del pittore limitino l'atto creativo: ricorre perciò a nuovi materiali, come il duco (smalto opaco) e la vernice. Dal 1946 Pollock sperimenta la tecnica del dripping con cui fa gocciolare il colore sulla tela, distesa a terra, direttamente da un recipiente o dal pennello. L'artista instaura con l'opera un contatto diretto, girando attorno alla tela o calpestandola per dipingere. Nulla più può ricondurre all'idea di spazio, armonia, di proporzioni. Pollock afferma che nessun gesto in realtà è casuale: proprio perché l'artista agisce senza un progetto o un processo logico, l'opera, così concepita, diventa una sorta di rivelazione. "Sul pavimento mi sento più a mio agio, più vicino, più partecipe del quadro; posso camminarci attorno, lavorarci da quattro diversi lati, essere letteralmente dentro al quadro". |