Analisi dell'opera: Sweet dreams baby

Sweet Dreams Baby

1965
95,6 x 70,1 cm

Nykytaiteen museo Kiasma

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L’artista isola una sola vignetta di un fumetto e la ingrandisce al massimo, valorizzando qualche parola scritta, anche solo il suono di un rumore.

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L’ha realizzato Roy Lichtenstein, a cui piaceva giocare con pezzi di fumetto per raccontare ogni volta una storia nuova.
 

 

L’artista raccoglie un frammento di fumetto. Lo ridipinge ingigantito evidenziando la texture dei puntini tipografici. Anche in quest’opera si vedono figure apparentemente effimere, non inserite in alcuna storia. Sono immagini solari, chiaramente descrittive, ironiche, gioiosamente colorate, lontane dalle angosce esistenziali di tanti movimenti precedenti, espressive di un mondo nuovo, spensieratamente consumistico ed entusiasticamente moderno.
Si gioca con le onomatopee, con stralci di conversazione dentro i balloon, con immagini viste per pochi secondi: tutto dà l’idea dell’enigma, ma queste vignette mostrano in realtà la potenza evocativa che assumono nell’immaginario collettivo.

Pop art: l’ispirazione
".... La Pop Art è stata un grande tentativo di organizzare una visione nuova della realtà e non soltanto un movimento artistico come tanti altri". (Roy Lichtenstein)
All’inizio degli anni sessanta comincia a produrre dipinti ispirati ai fumetti o ad altre immagini di largo consumo, comprese le riproduzioni di celebri capolavori d’arte, come fa la Pop Art di Warhol. Per lo più egli inquadra grandi particolari di una figura o di un oggetto, enfatizzando un tipo di ottica ravvicinata già in uso appunto nelle sequenze delle “strips” e influenzata a sua volta dallo “zoom” cinematografico.
Il materiale utilizzato da Lichtenstein deriva dalla cultura popolare, ne è l’espressione più elementare ed immediata, ma egli ne seleziona e ne utilizza gli elementi con raffinata e sottile attenzione, tanto da operare una sostanziale revisione delle fonti di ispirazione per un esito del tutto diverso: egli stesso dice “spesso questa differenza non è grande, ma resta essenziale”.
Pur volendo esprimere la banalizzazione, Lichtenstein non è mai banale e, pur nell'ambito della Pop Art, non ha nulla dell’artista autenticamente popolare: grazie all’ironia intelligente di un linguaggio personale che lo differenzia da tutti gli altri artisti pop, lontano dalla spersonalizzata ripetitività di Andy Warhol, le sue opere hanno spesso una solennità che lo avvicinano alla classicità di un Seurat, mostrando un’intenzione sempre rigorosamente tesa ad un risultato estetico, con un interesse costante per il contenuto artistico, in rapporto quasi ossessivo con le sue stesse teorie su e per l’arte.
Le sue idee sulla genesi artistica e sulle tecniche esecutive furono infatti precise e puntuali come teoremi matematici, applicate ad un sistema di lavoro molto sofisticato e minuzioso che partiva dallo studio al microscopio dell’immagine di una comic strip, poi ingrandita e riportata sulla tela con un procedimento grafico integrato, successivamente, dal lavoro pittorico vero e proprio, una elaborata esecuzione da specialista.

Come Lichtenstein diceva, “ciò che caratterizza la Pop Art è inanzitutto l’uso che fa di ciò che viene disprezzato”, non ha alcuna importanza il contenuto del messaggio proposto, importa solo come esso viene trasmesso, ogni cosa può divenire arte, anche l’immagine di un “fumetto”, quando, estrapolata dal suo contesto, diventa unica ed autonoma, oggetto estetico di cui il pubblico è destinatario e consumatore finale.

La vignetta dei fumetti
I fumetti di Lichtenstein non sono inventati, ma riprendono modelli reali dalla stampa di diffusione sottoponendo tuttavia le immagini ad alcune variazioni, per esaltare la particolarità del segno e delle colorazioni. I grossi contorni neri acquistano l’eleganza e l’incisività di un arabesco; la loro elementare e ricolma forza plastica è accresciuta dalla costrizione dell’immagine in una inquadratura che non lascia quasi spazio ai vuoti ed esagera la grandezza dei dettagli. I colori mimano la compatta stesura degli inchiostri tipografici, ma acquistano risalto e purezza.

Una specie di “riscrittura”
La forza barbarica delle immagini “popolari” è riscattata in un esercizio di riscrittura. Gli spazi dei volti o di altre parti della scena inquadrata sono colorati con un puntinato che si ispira al ‘retino’ tipografico, ma l’artista lo trasforma in una nuova tecnica di rilevamento dell’immagine che ricorda la tradizione del divisionismo.
Particolare, inoltre, è l’alternanza nella scelta di modelli presi a prestito tra fonti colte e fonti popolari, ponendo allo stesso livello il fumetto oppure la riproduzione di un tempio greco, o di un quadro di Cézanne, di Picasso o di Mondrian.