Analisi dell'opera: Uomo che cammina

Uomo che cammina - 1960
Bronzo, 183 cm
Collezione privata

Giacometti è vicino al Surrealismo per il senso di solitudine e di allontanamento dalla realtà suggerito dalle sue figure filiformi, ma anche all’Espressionismo per l’emotività drammatica trasmessa dai suoi personaggi.
Le figure umane di Giacometti sembrano scheletri corrosi dal tempo, che rappresentano la drammatica e assurda condizione esistenziale dell’uomo moderno.
La figura emaciata di questa scultura, rozzamente rifinita, possiede una strana potenza. Attraverso la forma innaturalmente allungata, la scultura vuole trasmettere il senso della solitudine e dell’assoluta separazione tra gli individui e sottolineare la fragilità della condizione umana.
Diversamente da molti scultori, Giacometti non partiva da un blocco di materiale da sbozzare e scalpellare fino a trovare la forma voluta, ma da uno scheletro di metallo a cui aggiungeva materiale prima di passare alla fusione.
Per Giacometti l’arte non ha né presente né passato, tutto è sempre contemporaneo, “tutto si fa simultaneo”, perché non è il tempo, ma l’anima che ci fa sentire un’opera o un autore, vicini o lontani, vivi o morti. È per questo che si rifà anche all’arte primitiva della preistoria.
Giacometti fa proprie le problematiche esistenzialistiche; non a caso della sua pittura è stato interprete attento Sarte, che ne ha colto i riferimenti all’inaccessibilità degli oggetti e delle distanze esistenti tra gli uomini. Lo strumento stilistico scelto per tradurre in immagini le apparenze della realtà visibile è, in pittura, un segno che si infittisce e si dirada per esprimere la trama di relazioni degli oggetti fra loro e con loro nello spazio circostante, mentre in scultura grumi di materia apparentemente informi si coagulano lungo fondamentali linee di forza.

Un giorno, racconta nel ’61 a un amico, “uscendo, sul boulevard, ho avuto l’impressione di essere davanti a qualcosa di mai visto […]. Sì, di mai visto: l’ignoto totale, meraviglioso. Il boulevard Montparnasse , assumeva una bellezza da mille e una notte, fantastico, totalmente sconosciuto […] e al tempo stesso il silenzio, una specie di incredibile silenzio […] tutto aveva l’aria di un’immobilità assoluta […] come se il movimento non fosse più che una successione di punti di immobilità . Una persona che parlava non esprimeva più un movimento, erano delle immobilità che si succedevano, completamente staccate l’una dall’altra, momenti immobili che avrebbero potuto durare, dopotutto delle eternità, interrotti e seguiti da altre immobilità […]. Si incrociano, si sorpassano, […] senza vedersi, senza guardarsi”.