Grazie, dottor Enzo!

Era il 1979: nasce la figura del “pediatra di famiglia”.

È proprio l’anno in cui scegli di fare questo mestiere. Ti piace l’idea di essere a contatto con centinaia di famiglie, seguire centinaia di bambini dalla nascita e accompagnarli all’adolescenza.

Il “mestiere”, tu e gli altri pionieri come te, te lo devi inventare: la prevenzione, le vaccinazioni, i “bilanci di salute” in cui fare periodicamente il punto della situazione. Un lavoro a ciclo continuo che non prevede interruzioni.

Nasce una cultura, un rapporto speciale fra medico e genitori e fra medico e bambini. Con i suoi aspetti belli, ma anche con quelli meno belli: la delega permanente al pediatra per qualsiasi decisione, il rischio di “medicalizzare” l’infanzia.

Nel tempo le cose cambiano, la fiducia reciproca e la confidenza, l’affetto, l’impegno a fare meglio possibile, si alternano alla richiesta assillante di “cure” impossibili, la dipendenza dal medico anche per le decisioni più banali, il senso di impotenza nelle situazioni irrecuperabili, e l’illusione di onnipotenza (il pediatra che può tutto e si intromette in tutte le decisioni).

E quasi senza accorgersene passano quarant’anni e ci si trova al momento dell’inevitabile passaggio di consegne: il Servizio Sanitario ti revoca la convenzione “per raggiunti limiti di età”.

Lì per lì ti prende un senso di euforia: non dovrai più confrontarti con la stupidità di certa burocrazia, potrai muovermi come vuoi senza il pensiero di cercare qualcuno che ti sostituisca, basta con le telefonate a raffica, con le richieste irragionevoli, con l’obbligo di renderti disponibile, anche con quei genitori che proprio non sopporti.

Poi arriva l’ora X: il telefono si spegne, la sveglia pure.

Ma già nei giorni precedenti, nelle settimane in cui si “spargeva la voce” piovevano le emozioni e le sensazioni. La giovane coppia straniera con due figli che ti guarda con gli occhi lucidi, le famiglie che si presentano al completo con un regalino spiritoso: una guida delle passeggiate a piedi per Roma (tanto, dottore, ne avrà di tempo libero!), un coltellino svizzero (serve sempre, per qualunque hobby).

Poi ti sorprendi scoprendo che i genitori più dispiaciuti sono proprio quelli che non sopportavi, quelli più insistenti ed assillanti, che non vedevi l’ora di mollare, e che invece sono quelli che ti volevano più bene di tutti. Proprio così: più bene.

Alla fine resta questo: ti hanno voluto bene in tanti e anche tu hai voluto bene a tanti. È questo volersi bene la cosa che più ti mancherà.

E mentre tutti sospirano l’agognato momento di “andare in pensione” tu, che hai avuto la fortuna di fare uno dei mestieri più belli che esistono, ti accorgi che non vorresti smettere mai.

Perché non “hai fatto il pediatra”, ma “sei stato e sei un pediatra”.

Vincenzo Calia, pediatra di grande esperienza e già direttore della rivista Uppa